Monsignor Tonino Bello lancia nell'estate del 1992 l'appello perché si dia un concreto contributo alla pace e alla giustizia in Bosnia con un'iniziativa nonviolenta. L'organizzazione viene assunta dai "Beati costruttori di Pace". In un Paese devastato dalle bombe mafiose dopo mesi di preparativi 500 pacifisti decidono di partire da Ancona il 7 dicembre del '92. Obiettivo: arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi, il 10 dicembre in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani.. La nave dei “folli” si staccò dal porto di Ancona.  Sotto un cielo da paura. A bordo del Liburnija 496 persone dirette a Sarajevo, la città bosniaca sotto le bombe dove i volontari morivano perchè bersaglio preferito dai cecchini serbi  Una città martirizzata da nove mesi e stretta sotto assedio dalle milizie serbe: un esercito di “pacifisti” armati solo del loro essere inermi, pronti ad irrompere nel cuore del conflitto per costringerlo a una tregua anche solo di ore. «In 100.000 a Sarajevo!» era lo slogan con cui don Albino Bizzotto, guida di “Beati i costruttori di pace”, aveva chiamato all’invasione pacifica della città insanguinata. 

Rispondemmo in 500.

C’erano giovani e vecchi, credenti e atei, suore e obiettori di coscienza, docenti e sacerdoti, anche due vescovi, Luigi Bettazzi e Tonino Bello, suo successore alla testa di Pax Cristi. Ha 58 anni, don Tonino Bello, ed è fortemente minato dal cancro, ma è deciso a interporsi fisicamente tra le parti in guerra per dimostrare che la nonviolenza può funzionare. Quel 7 dicembre sapevamo bene che l’impresa pòteva essere senza ritorno. In molti cercarono di farli desistere, ma avevamo raccolto il sogno e siamo partiti, nello zaino acqua e cibo per quattro giorni, poi si vedrà.

La prima tappa è Spalato, 7 ore di traversata, ma l’Adriatico scatena una tempesta di tale violenza che il Liburnija, dato per disperso dalle agenzie di stampa, arriverà sull’altra sponda con 12 ore di ritardo. «Siamo passati per l’acqua e per il fuoco e il Signore ci ha liberati», dirà poi don Tonino citando la Bibbia, «l’acqua di quel mancato naufragio terrificante, il fuoco delle granate». Volevamo entrare a Sarajevo il 10 dicembre, Giornata mondiale dei Diritti umani, ma i continui posti di blocco e le estenuanti trattative con i capi militari dei diversi eserciti rallentano la marcia. Dell’arrivo della carovana è preavvisata l’Onu, sono preavvisati i rappresentanti delle fazioni in lotta, ma per i 500 non ci sarà protezione, nessuna garanzia, procedevamo a nostro rischio e pericolo, a bordo di dieci pullman malmessi e due ambulanze portate in dono dall’Italia, una per fronte.

L’11 dicembre l’arrivo sulla montagna innevata che sovrasta Sarajevo, ma ancora non è finita. Una delegazione di dieci di noi si reca a Lidža a parlamentare con le autorità militari serbe, è una trattativa lunghissima. Intanto la gente del posto viene sui pullman a offrirci tè caldo. Una signora serba ha visto gli autisti intirizziti dal freddo e, benché fossero croati, li ha portati a casa sua e ha offerto un pranzo per loro. È l’inizio del miracolo umano. La popolazione, prima incuriosita e poi commossa, li attornia, li abbraccia. Un uomo ha visto la mia croce al collo e l’ha baciata, poi mi ha invitato a casa sua dove era in corso il banchetto funebre per suo padre. Sono entrato e mi ha detto: “Io sono serbo, mia moglie è croata, queste mie cognate sono musulmane, eppure viviamo insieme da sempre e ci vogliamo bene. Perché questa guerra? Chi la vuole?” A vedere quella gente seduta alla stessa mensa ho pensato alla convivialità delle differenze: questa è la pace. Infine i 500 entrano in città nel silenzio allucinato delle 7 di sera, quando ormai nessun essere umano oserebbe percorrere il “vialone della morte” crivellato dai cecchini. «Da nove mesi dopo le quattro del pomeriggio neppure le camionette dell’Onu hanno il coraggio di entrare», annota don Tonino, «ma stasera qui c’è un’altra Onu, un’Onu rovesciata ». Le bombe chiamano bombe, il loro essere lì in pace sta provando al mondo intero che un’alternativa esiste e funziona.  A questa Onu che scivola in silenzio nel cuore della guerra il cielo vuole affidare un messaggio: la pace va osata. Siamo abituati a pensare che “osare” sia il verbo del combattere, quando per morire e ammazzare ci vuole coraggio, invece è la pace che va osata e che davvero richiede coraggio. Solo il giorno prima Sarajevo è stata colpita da cinquemila granate, ma per la durata in cui gli inermi percorrono il terreno di guerra è evidente che i militari hanno abbassato l’intensità del fuoco.

L’indomani, 12 dicembre, « incredibile l’accoglienza della gente lungo le strade e dalle finestre, quel gruppo venuto da fuori significa che il mondo esterno non li ha dimenticati. Poi nel buio e nel gelo del cinema don Tonino Bello tiene il discorso destinato a restare nella storia, ad ascoltarlo anche i capi delle diverse religioni in lotta. Nel 1992 non esistono i cellulari e le autorità hanno vietato le riprese, ma don Renato Sacco, consigliere di Pax Christi oggi presidente nazionale, registra di nascosto consegnando al futuro un documento di rara potenza: «Questa è la realizzazione di un sogno – dice il vescovo, il corpo crocifisso dalla malattia ma lo sguardo acceso di passione – di una grande utopia che abbiamo tutti portato nel cuore, probabilmente sospettando che non si sarebbe realizzata. Ma ringrazio il Signore che, attraverso il nostro gesto folle, ha realizzato l’utopia». Parola che nel suo vocabolario significa azione che contrasta la rinuncia, movimento che contrasta la staticità: «Queste forme di utopia dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono solo le notaie dello status quo, non le sentinelle profetiche che annunciano tempi nuovi». Le sue parole infuocano e consolano la popolazione piegata da mesi di tragedia. «Quanta fatica si fa a far capire che la soluzione dei conflitti non avverrà mai con la guerra ma con il dialogo – continua il vescovo –, abbiamo fatto fatica anche qui con i rappresentanti religiosi, perché è difficile questa idea della soluzione pacifica dei conflitti. Ma noi siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà». Per le strade ha toccato con mano il pianto dei soldati! E questo per me è l’icona dell’anelito di pace che è sepolto nel cuore di tutti gli uomini, purché li si scrolli dalla falsa certezza che la guerra sia ineluttabile. Non ha inventato nulla. Vive il Vangelo e ripercorre le orme di san Francesco d’Assisi, salpato anche lui da Ancona 800 anni fa per frapporsi senza armi tra i crociati e i saraceni, sostenuto dal sogno di parlare al sultano e convincere i soldati a non combattere. Funziona: la presenza dei 500 da ore sta effettivamente fermando la guerra, «la nonviolenza attiva è diventata un trattato scientifico. Gli eserciti di domani – promette – saranno uomini disarmati! Ma occorre un’azione intellettuale, bisogna che le nazioni promuovano le tecniche della strategia nonviolenta».

Ricordare questi fatti dopo 31 anni non èa un indulgere alla nostalgia  ma un denunciare quanto forse le parole di don Tonino Bello le abbiamo dimenticate, le stiamo riesumando adesso perché la guerra in Ucraina e Palestina ci toccano da vicino. La domanda che all’inizio anche i leader religiosi ci fecero a Sarajevo era: va bene la pace, ma le armi dove sono? Ce le avete portate? Sono le stesse argomentazioni sostenute oggi da chi alla guerra non vede alternativa e pensa “ok la nonviolenza, ma il realismo sono le bombe”. Questo è ciò che rende attuale la mobilitazione di 31 anni fa, non per l’impresa eroica, ma per trovare anche oggi una via davvero percorribile  Che cosa resta, allora, di quegli «eserciti di domani che saranno uomini disarmati »? Sono morti con don Tonino, che ha lasciato questa terra quattro mesi dopo il ritorno da Sarajevo, o “funzionano” ancora da qualche parte nel mondo?

A quel seme in tanti abbiamo dato terra e concime, ma la pianta non si è ancora sviluppata , basta guardare quanto accade in Ucraina e Palestina. Ci sono vari parallelismi tra la guerra dei Balcani e quella in Ucraina e Gaza, entrambe esplose in Europa da braci che covavano sotto la cenere, un mondo che spesso non conosciamo, con molti punti di vista diversi tra loro ma concordi in una sola cosa, nel pensare che l’altro capisca solo il linguaggio della guerra. Anche noi i mesi scorsi abbiamo portato le nostre invasioni pacifiche in Ucraina insieme ad altre associazioni, ma come nel 1992 non hanno risposto in 100.000 ma in poche centinaia. Eppure in piazza a Roma i pacifisti erano davvero centomila, poi sono rimasti a casa. Anche don Tonino Bello tornando a casa si interrogava, fino a quando la cultura della nonviolenza rimarrà subalterna?».

Era il 13 dicembre 1992, i 500 “folli” tornavano vincenti, contro ogni pronostico erano arrivati fin dentro la guerra e in loro presenza le armi avevano taciuto. Don Tonino, tra «il rimorso del poco che si è potuto seminare» e «l’incontenibile speranza che le cose cambieranno», si avviava verso l’ultima Grande Partenza avvenuta il 20 aprile 1993

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